Immagine Il palazzo della solidarietà

Il palazzo della solidarietà

24 settembre 2018

LiberaMente insieme, un progetto sostenuto dalla Fondazione CON IL SUD. A Polistena un simbolo del potere criminale diventa luogo di speranza e rinascita

Polistena (Reggio Calabria), 17 settembre 1991: sedici uomini armati, divisi in quattro automobili scatenano l’inferno davanti al bar della cosca Versace. Due fratelli rimangono uccisi, un terzo si salva fingendosi morto. È un vero e proprio atto di guerra, la tragica risposta che le potenti ’ndrine della Piana di Gioia Tauro riservano a chi si azzarda a voler competere contro il loro dominio incontrastato.

Il locale in cui avviene la strage ha un nome evocativo, si chiama “Bar 2001”, quasi a voler simboleggiare il potere a lungo termine che i Versace pensano di poter esercitare sulla città.

Dopo la strage, agli inizi degli anni Novanta, il bar cambia nome. Diventa “au petit bijou”, ma a dispetto dell’insegna delicata da “piccolo gioiello”, nei suoi scantinati si praticano violenze contro chi si oppone al racket. Dietro la facciata rispettabile, la vera natura degli affari dei clan. Ma non è solo il bar a rappresentare il dominio della famiglia. Tutto il palazzo è il simbolo di quel potere mafioso. Cinque piani che dominano Polistena, costruiti con il cemento armato del ricatto: è lì che si fanno affari, si stringono alleanze e si decidono condanne. C’è perfino una scuola superiore, nel palazzo, un istituto magistrale; ci sono enormi saloni per matrimoni, in cui gli eredi della cosca celebrano, con banchetti pantagruelici, il loro prestigio sociale e la loro ricchezza. Per consegnare la “busta” agli sposi si forma la fila fin sulla strada: un omaggio di stampo medievale a cui, volenti o nolenti, decidono di sottostare alcuni abitanti del quartiere. È una sorta di assicurazione sulla vita, o almeno un gesto che consente di stare lontani dai guai.

Purtroppo il bar dei Versace è anche uno dei pochi luoghi di ritrovo in cui i ragazzi possono trascorrere il loro tempo libero, entrando così nell’area di influenza della malavita. L’alternativa è la strada e anche lì la situazione non cambia. Sembrerebbe insomma una storia già scritta, quella di Polistena e di quel palazzo, un luogo in cui l’unica via è la rassegnazione. E invece, dagli anni 2000, tutto cambia. Le continue operazioni di polizia costringono il clan al declino e anche il palazzo di Via Catena 43 gli viene sottratto e posto sotto sequestro prima e confiscato dopo.

Ma chi avrà il coraggio di utilizzarlo, e per farne cosa?

Le istituzioni indugiano, allora si muove la chiesa locale, a cominciare dal parroco don Pino Demasi. Con l’impegno del volontariato e dell’impresa  sociale, sostenuti dalla Fondazione CON IL SUD, nasce un progetto per trasformare quel simbolo di degrado morale in un luogo di solidarietà, che opera sul fronte dell’immigrazione e della lotta al disagio giovanile. Nasce “LiberaMente insieme” a Polistena. È così che nel quartiere continuano a esserci le case dei mafiosi, ma nel palazzo che era il centro nevralgico dei loro affari oggi si lavora nella legalità, realizzando attività di benessere sociale, di giustizia, di riconoscimento dei diritti e dei bisogni delle persone. Ampie vetrate rendono visibile fin dalla strada lo svolgimento dei progetti: un centro di aggregazione giovanile sociale, uno sportello di accoglienza e ascolto, laboratori per la formazione professionale, la “Bottega dei sapori e dei saperi della legalità”, dove si vendono i prodotti della Valle del Marro e di altre cooperative di Libera. I piani superiori – proprio quelli in cui si svolgevano i banchetti di nozze dei clan – sono ora dedicati a spazi di integrazione multiculturale, a un ristorante e a un ostello della gioventù per ospitare le migliaia di giovani volontari che ogni anno scelgono l’impegno civile contro le mafie lavorando sui beni confiscati.

Al secondo piano del palazzo, dal luglio 2013, Emergency ha attivato un Poliambulatorio per l’assistenza sanitaria gratuita alle persone indigenti e agli immigrati. Si tratta di una struttura di 350 mq, composta da due ambulatori, attivi, di medicina di base e da altri tre, già predisposti per servizi odontoiatrici e ginecologici. Gli utenti – una media di circa venti visite giornaliere – sono soprattutto stranieri, prevalentemente di nazionalità subsahariane e dell’Europa orientale, residenti nelle tendopoli di Rosarno e di San Ferdinando. Tra i pazienti sono molti i braccianti agricoli impegnati nelle campagne di raccolta degli agrumi. Le patologie più frequenti, tutte determinate dalle difficili condizioni di vita e di lavoro, sono le affezioni dell’apparto muscolo-scheletrico, dermatiti e disturbi gastrointestinali. Non solo i migranti chiedono cure; numerosi sono anche i nuclei familiari stanziali. Al lavoro dei medici e degli infermieri si affianca quello dei mediatori culturali, la cui funzione è indispensabile per abbattere le barriere (non solo di tipo linguistico, ma anche logistico e burocratico) che impediscono all’utente di accedere alle cure.

Oltre a Libera e a Emergency nel palazzo lavorano le associazioni “Il samaritano”, la fondazione “Il cuore si scioglie” e la cooperativa “libera terra Valle del Marro”.

L’aria nuova che si respira nel palazzo di “LiberaMente insieme” si propaga anche fuori, dove si rimettono insieme i tasselli della memoria. Da anni la piazza antistante era dedicata a Giuseppe Valarioti, insegnante e segretario del Pci
di Rosarno, ucciso nel 1980 dal clan dei Pesce la sera della vittoria alle elezioni comunali, ma nessuna targa osava ricordarlo. Ora, invece, il cartello c’è: ‘Piazza Giuseppe Valarioti, vittima della mafia’. E anche questo è un forte segnale di cambiamento a cui, si spera, possano partecipare sempre di più cittadini di Polistena. «È  proprio per loro – dice don Pino Demasi – che abbiamo voluto questa infrastruttura sociale. Siamo convinti che il quartiere cambierà. E si avvicinerà a questa casa comune». Un coinvolgimento che passa anche attraverso borse d’inserimento lavorativo nelle stesse attività del palazzo e sui terreni confiscati alla mafia. Lavoro vero per immigrati e giovani che saranno formati adeguatamente. Occupazione tramite i beni confiscati per montare l’odioso mito della mafia che dà lavoro. «La mafia non dà lavoro», dice un giovane della parrocchia di Don Pino «perché il lavoro è un diritto e la mafia non riconosce nessun diritto. La mafia, in realtà, trasforma il lavoro in un favore e in un ricatto». E così il palazzo di LiberaMente insieme è diventato un esempio di buona prassi in materia di lotta alla mafia che, nel 2014, è stato visitato dai rappresentanti del Governo e delle istituzioni, a cominciare dal viceministro Filippo Bubbico e dal ministro Carmela Lanzetta, il prefetto di Reggio Calabria Claudio Sammartino, i procuratori di Reggio Calabria e Palmi, Federico Cafiero de Raho e Giuseppe Creazzo, il questore Guido Longo, i comandanti provinciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. «Verranno sostenuti questi progetti e queste imprese – ha dichiarato il viceministro Bubbico – per dimostrare che i processi produttivi trasparenti e legali sono capaci di generare ricchezza». Ma il palazzo di Polistena è diventato un esempio a livello internazionale con visita dei rappresentanti di circa 70 Stati membri dell’ONU. Esperti e rappresentati governativi di Stati membri, esponenti di forze dell’ordine e della Magistratura, componenti di organizzazioni internazionali e studiosi si sono riuniti qui con l’obiettivo è di esportare all’estero la sensibilità italiana della legislazione antimafia: dalla Corea alla Bulgaria, dalla Tanzania all’Australia, dai Usa al Qatar, dall’Indonesia al Messico, insomma il mondo intero a studiare il caso del luogo che, da simbolo del potere criminale, è diventato il palazzo della solidarietà.

Tratto dal volume “CON IL SUD – #unfuturomaivisto. Visioni e storie di un’Italia che può cambiare”, a cura di Andrea Di Consoli e Yari Selvetella, edito da Mondadori, 2016

 

 

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